Fortemente voluto dal Senatore leghista Davico il giro ciclistico della padania (il paese che non c’è) partirà questo settembre e sempre su spinta dei leghisti è stato inserito nel circuito ufficiale dell’UCI (Unione Ciclistica Italiana). “Stranamente” il giro della terra che non c’è si dovrebbe concludere a Venezia, sentite sentite, proprio in concomitanza con la festa leghista nella città lagunare, quella alla quale sull’esempio della nostra amica, la Sig.ra Lucia, i veneziani che non si riconoscono nella “terra che non c’è” rispondono riempiendo di tricolori le proprie finestre. Insomma una gara, inserita nei circuiti nazionali, ad uso e consumo di un partito. Riportiamo una bellissima lettera al riguardo, pubblicata su Bergamonwes.it scritta da ciclisti che non si riconoscono nei deliri della lega.

Buongiorno, siamo un gruppo abbastanza vasto ed eterogeneo di appassionati nonché praticanti a livello amatoriale di questo fantastico sport. Ha smosso in noi fanatici delle due ruote una profonda indignazione l’essere venuti a conoscenza dell’inserimento nel calendario UCI di un fantomatico Giro della Padania, inserito in poco tempo nel calendario Europe Tour ed in programma – sembrerebbe – a Settembre. Tralasciando le eventuali pressioni politiche ed economiche che potrebbero esserci state sulla volontà o meno di far correre questa gara, vorremmo soffermarci sul valore che una gara del genere potrebbe assumere. Non crediamo infatti si tratti del classico celodurismo padano a cui siamo abituati, che da sempre sbandiera tradizioni storiche locali come fossero proprie “invenzioni”. Pensiamo piuttosto che quest’operazione consista in una vera e propria campagna volta a rivendicare a livello internazionale la legittimità di una (peraltro inesistente) nazione denominata “Padania”, sfruttando biecamente una disciplina sportiva e apparendo al mondo intero come una realtà ben definita, reale, accettata e – soprattutto – radicata, quando in realtà si tratta solamente di una boutade politica figlia del più becero opportunismo elettorale ed economico. Il fatto che anche all’estero vi siano competizioni ciclistiche legate a realtà locali non legittima l’uso (in questo caso strumentale) da parte di un partito politico di termine che, al massimo, ha senso per un geografo attempato. Un giro dei Paesi Baschi, della Catalunya, una Volta ao Algarve esistono in quanto vi sono comunità con una storia e una cultura condivise e riconosciute al di là di ogni connotazione politica. Del resto nel Nord Italia esistono già diverse corse ciclistiche sia in linea che a tappe; ciò non esclude assolutamente la creazione di altre gare e – perché no? – anche di un grande giro che attraversi diverse regioni settentrionali, ma a patto che questo non venga sfruttato per fini propagandistici. Un giro che dovrebbe partire da Cuneo e raggiungere Venezia quattro giorni dopo guarda caso proprio in concomitanza con la tradizionale Festa Leghista in Piazza San Marco – e con le conseguenti esternazioni indipendentiste più o meno colorite dei vari leaders del partito – poco si sposa con il clima respirato proprio quest’anno al Giro, dedicato all’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Pensiamo poi ai baschi Anton, Isasi o Txurruka, legittimi cittadini di una Comunità Autonoma storica e riconosciuta, piuttosto che al siciliano Nibali, a Visconti fresco vincitore del terzo titolo tricolore, al francese Reza o al tunisino Ben Nasser che indossano la maglia verde col Sole delle Alpi: non si creerebbe un conflitto ideologico nelle intenzioni di questi signori? Auspichiamo che tra gli addetti ai lavori si crei una discussione a riguardo circa l’opportunità di connotare in maniera così forte dal punto di vista politico un evento che dovrebbe rimanere “di tutti”, al di là del paese di provenienza o del colore della pelle e non lo specchio di un partito politico che non ci rappresenta. In attesa di una vostra cortese risposta Vi porgiamo distinti saluti

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