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Provate a fare ad un leghista questo tipo di affermazioni:”va elaborata una strategia condivisa per tutelare al meglio gli stranieri, lavoratori che oggi, anche se vengono creduti dei privilegiati, vivono mille difficoltà”. “Lavorando in Italia hanno stipendi più alti rispetto ai paesi d’origine, ma mancano garanzie di stabilità, tutela in caso di disoccupazione ed equità nel trattamento sul posto di lavoro rispetto agli italiani”.

Incomincerebbero a sbraitare istericamente masticando le solite frasi del tipo “padroni a casa nostra” “stranieri fora d’le bale”, e “prima di tutto i padani”.

Considerate invece che quelle affermazioni vengono da tempo fatte dagli stessi leghisti a tutela dei lavoratori frontalieri lombardi che giornalmente vanno a lavorare in Svizzera ed i quali diritti sono stati messi in discussione negli ultimi anni dai leghisti ticinesi dell’emulo elvetico di Bossi, il “nano” Giuliano Bignasca.

In effetti proprio in questi giorni sindaci dei comuni frontalieri varesini e comaschi stanno facendo sentire la propria voce nei confronti della vicina svizzera. Fra questi c’è Attilio Fontana, il sindaco leghista di Varese che accusa la Svizzera di avere un atteggiamento illegittimo in quanto nel nome della propria sovranità (sempre invocata quando fa comodo dai leghisti) non rispetta i trattati internazionali.

I leghisti, di fatto, si muovono a difesa di due principi che sono nella sostanza l’antitesi del loro credo politico. Il primo principio è quello che sostiene l’equiparazione fra lavoratori stranieri ed autoctoni nella tutela dei diritti sindacali, salariali e sociali.

Il secondo principio, molto più “rivoluzionario” attesta il dovere a riconoscere al paese di provenienza del lavoratore immigrato una sorta di indennizzo quantificato in una percentuale delle tasse che il paese nel quale l’immigrato lavora è tenuto a versare al paese d’origine. Nello specifico, come stabilito dai trattati bilaterali fra Italia e Svizzera, questa cifra va direttamente al comune dove il lavoratore frontaliero risiede. E’ una sorta di tesoretto, quantificato in cinquanta milioni di franchi svizzeri (circa quarantatre milioni di euro) che ogni anno vanno a rimpinguare le casse di molti comuni delle province di Varese e di Como.

Se nel merito possiamo ritenere queste rivendicazioni legittime e condivisibili, non possiamo che prendere atto dell’ipocrisia della lega nord che sa essere xenofoba e nazionalista nei propri confini e pretende che il “padroni a casa nostra” non valga quando ad esserne vittima risulta una parte del proprio elettorato.

Sarebbe interessante chiedere agli stessi leghisti cosa ne pensano di estendere questi diritti di civiltà e solidarietà anche  agli extracomunitari che, in regola, lavorano nel nostro paese o ai tanti lavoratori meridionali che con il loro lavoro hanno fatto ricco il nord e la Lombardia!

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