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Oggi ci ha lasciato a 90 anni il grande poeta Andrea Zanzotto. Di lui vogliamo riproporre un articolo sul vecchio blog del nostro Movimento in occasione di un intervista a “L’infedele” di due anni fa, nella quale aveva espresso tutto il suo profondo disprezzo nei confronti della lega.

ADDIO MAESTRO!

Il disprezzo del poeta

a lega è una peste, catalizza i sentimenti di cattiveria di rancore e di intolleranza per etnicizzare la crisi sociale presente. Questo è il succo dell’analisi lucida e spietata che snocciola il poeta Andrea Zanzotto durante la trasmissione “L’infedele” su La7.

Zanzotto è l’anima della sua terra, quel Veneto che il poeta vede sempre più associato al razzismo e alla degenerazione etica voluta dalla lega. Il suo è uno sfogo accorato proprio perché come giustamente sostiene, la lega catalizza sentimenti che in fondo “non appartengono alla tradizione veneta”. E’ un modo per affrancarsi, per marcare con forza il suo totale distacco dai deliri del Carroccio. Lui che, con la sua letteratura radicata nella tradizione locale, con quel linguaggio vicino al dialetto della sua gente potrebbe rappresentare l’essenza del pensiero identitario, delegittima la lega con chiarezza e senza ipocrisie.

Zanzotto affonda con evidente efficacia su quei temi che sono i punti di forza della lega. Quando sostiene che la lega “vuol convincere ogni paese che è meglio di quello vicino” esprime uno dei limiti principali del partito di Bossi. L’identità intesa come chiusura a spirale dove il localismo viene portato all’estremo, dove l’identità viene costruita sulla distruzione dell’appartenenza ad una comunità ad una storia più ampia di quella del proprio cortile.

Ma il passaggio più significativo è quello relativo al pericolo che la memoria sia minacciata “dalla falsa difesa delle radici”, Zanzotto dice che la tipicità di un popolo non è qualcosa di immobile o immutabile, ma è un processo in continua evoluzione. La lega invece sembra volere fermare il percorso della storia o riportala a momenti che servono esclusivamente a legittimare la sua presenza politica. La lega interviene sulla memoria della propria gente come a volere cancellare tutto ciò che è scomodo.

In un’analisi frettolosa e semplicistica che solo un leghista può fare, il ministro dell’agricoltura, il leghista Luca Zaia stizzito sostiene che Zanzotto “avrebbe voluto che i ve­neti rimanessero per sempre quelli che erano. Poveri, magari ignoranti”. Niente di più sbagliato. Zanzotto vuole riportare ai leghisti la memoria di quando erano poveri ed ignoranti proprio perché un popolo che dimentica le proprie origini non può guardare avanti. E’ un operazione opposta a quella della lega che tratta le popolazioni del nord come quei benestanti parvenu che per adeguarsi al nuovo ceto sociale dimenticano la provenienza e la miseria. Quella della lega è “una falsa difesa delle radici” perché sono radici artificiali, sapientemente create per sottolineare un’appartenenza forzata ad una “razza” di eletti. Non molto diversa dall’operazione che fecero i nazisti in Germania. E così in questo quadro si collocano le manifestazioni rituali di ampolle magiche, la rimozione delle targhe dedicate ai martiri della mafia o i deliranti proclami di prosindaci veneti che invocano la salvaguardia dei cani non stranieri. Sarebbe tutto grottesco se non fosse terribilmente serio.

E così mentre la lega pretende che lo Stato finanzi un colossal sul Barbarossa un teppista sradica un ulivo dedicato a Peppino Impastato. Le radici scomode devono essere rimosse e la memoria ricostruita.

Zanzotto ha toccato un nervo scoperto della lega, parlando da settentrionale e da veneto. Sicuramente l’ha fatto anche da italiano

COLLOQUIO

«Ora il sereno è ritornato le campane suonano
Per il vespero ed io le ascolto con grande dolcezza.
Gli uccelli cantano festosi nel cielo perché? Tra poco
è primavera i prati meteranno il suo manto verde, ed io come un fiore appasito guardo tutte queste meraviglie»
SCRITTO SU UN MURO DI CAMPAGNA

Per il deluso autunno,
per gli scolorenti
boschi vado apparendo, per la calma
profusa, lungi dal lavoro
e dal sudato male.
Teneramente
sento la dalia e il crisantemo
fruttificanti ovunque sulle spalle
del muschio, sul palpito sommerso
d’acque deboli e dolci.
Improbabile esistere di ora
in ora allinea me e le siepi
all’ultimo tremore
della diletta luna,
vocali foglie emana
l’intimo lume della valle. E tu
in un marzo perpetuo le campane
dei Vesperi, la meraviglia
delle gemme e dei selvosi uccelli
e del languore, nel ripido muro
nella strofe scalfita ansimando m’accenni;
nel muro aperto da piogge e da vermi
il fortunato marzo
mi spieghi tu con umili
lontanissimi errori, a me nel vivo
d’ottobre altrimenti annientato
ad altri affanni attento.

Sola sarai, calce sfinita e segno
sola sarai in che duri il letargo
o s’ecciti la vita.

Io come un fiore appassito
guardo tutte queste meraviglie

E marzo quasi verde quasi
meriggio acceso di domenica
marzo senza misteri

inebetì nel muro.

(Andrea Zanzotto)

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